ORCHESTRA Teatro di BOLOGNA – M. BONI – A. BACCHETTI

Quando:
14 Giugno 2021@8:00 pm
2021-06-14T20:00:00+02:00
2021-06-14T20:15:00+02:00
Dove:
Sala Verdi del Conservatorio di Milano
via Conservatorio 12
Costo:
Intero € 25,00 - Ridotto € 20,00

ORCHESTRA della SCUOLA dell’OPERA del TEATRO COMUNALE di BOLOGNA
Direttore MARCO BONI
Pianista ANDREA BACCHETTI

Programma

FELIX MENDELSSOHN (1809 – 1847)

Ouverture in si minore op.26 “Le Ebridi”
Allegro moderato

WOLFGANG AMADEUS MOZART (1756 – 1791)
Concerto per pianoforte e orchestra n.26 in re maggiore K.537 “Concerto dell’Incoronazione”
Allegro (re maggiore) – Larghetto (la maggiore) – Allegretto (re maggiore)

Concerto per pianoforte e orchestra n.12 in la maggiore K.414
Allegro (la maggiore) – Andante (re maggiore) – Allegretto (la maggiore)

Scarica il libretto di sala


Orchestra della Scuola dell’Opera del Teatro Comunale di Bologna

L’Orchestra della Scuola dell’Opera del Teatro Comunale di Bologna si pone come strumento privilegiato di congiunzione tra il mondo accademico e l’attività professionale.
L’Orchestra è formata da giovani strumentisti italiani ed europei, selezionati attraverso audizioni da una commissione costituita dalle Prime Parti del Teatro Comunale di Bologna.
All’intensa attività con il Teatro Comunale di Bologna, l’Orchestra affianca molte collaborazioni con artisti di chiara fama del panorama musicale internazionale, secondo uno spirito che imprime, insieme a una forte identità nazionale, l’inclinazione ad una visione globale della musica e della cultura.
L’Orchestra è regolarmente protagonista di nuove produzioni e di concerti che spaziano dal repertorio Barocco al Novecento.
L’attività dell’Orchestra è resa possibile grazie al sostegno del Teatro Comunale di Bologna, della Regione Emilia Romagna e dell’Unione Europea.

Violini I
Ruben Medici*, Elvi Berovski, Eleonora Bartoli, Sara Sole Stojmenov, Ilaria Pinelli, Isacco Burchietti, Gioele Bellagamba, Simone Bannò
Violini II
Linda Guglielmi*, Marianna Rava, Zeno Oberkofler, Enza Rendina, Roberto Sorgato, Veronica Berardi
Viole
Rachele Fiorini*, Giada Dondi, Elisabeth Reolid Felipe, Marta Cappetta
Violoncelli
Marina Pavani, Antonio Aprile, Luca Dondi
Contrabbassi
Hugo Soto Mendoza*, Roberto Salario
Flauti
Martina Gremignai*, Giulia Sala
Oboi
Giacomo Marchesini*, Leonardo Travasoni
Clarinetti
Samuele Di Federico*, Chiara Giampà
Fagotti
Davide Angelo Porta*, Filippo Riccucci
Corni
Mattia Botto*, Alessandro Crippa
Trombe
Simone Delbene*, Alessandro Maria Maddonni, Marco Trebbi
Timpani
Tommaso Sassatelli

*Prima Parte


MARCO BONI

Nell’ambito della direzione del repertorio per orchestra da camera, vanta un’ampia esperienza internazionale, con un repertorio che dal Barocco arriva fino al Contemporaneo.
Nel 2012 è stato nominato Direttore Onorario dai membri della Royal Concertgebouw Orchestra, dopo avere svolto attività di Direttore Principale della Concertgebouw Chamber Orchestra, effettuando registrazioni discografiche tra le quali ricordiamo i Quartetti op.95 di Beethoven e “La Morte e la Fanciulla” di Schubert, orchestrati da Gustav Mahler.
Sempre con il Concertgebouw ha effettuato tour in Europa e in Oriente con Mischa Maisky, Maria João Pires e Janine Jansen.
É stato Direttore Principale della CCO dopo il debutto nella prestigiosa sala da concerti olandese, in cui ha diretto il “Divertimento per Archi” di Bartók.
Ha debuttato al Konzerthaus di Vienna con l’Orchestra da Camera dei Wiener e con la Scottish Chamber Orchestra e Giuliano Carmignola ha effettuato un tour in Italia.
Negli anni ’80 ha fondato i Virtuosi Italiani con i quali ha tenuto numerosi concerti in Italia, Svizzera e Finlandia e ha inciso i Concerti di Nino Rota in “prima mondiale”. Come violoncello solista ha inciso “Le Quattro Stagioni” di Vivaldi con i Filarmonici del Teatro Comunale di Bologna, diretti da Riccardo Chailly e Franco Gulli.
Ha diretto la City Chamber Orchestra di Hong Kong, l’Orchestra da Camera di Mantova, l’Orchestra di Padova e del Veneto, l’Orchestra da Camera di Santa Cecilia, I Solisti della Scala, l’Orchestra della Toscana e I Solisti del Teatro Regio di Parma.
Docente di Direzione d’Orchestra presso l’Accademia Pianistica di Imola “Incontri col Maestro” e presso la Scuola dell’Opera del Teatro Comunale di Bologna, dove dirige la TCBO Youth Orchestra, tiene inoltre un master annuale a Milano per la specializzazione del repertorio per orchestra da camera.
Accanto all’attività con orchestre da camera, Marco Boni ha sviluppato un’ampia competenza nella direzione in ambito sinfonico, lirico e nel balletto.


ANDREA BACCHETTI

Ancora giovanissimo raccoglie i consigli di Herbert von Karajan, Luciano Berio, dello storico direttore artistico della Scala e di Santa Cecilia Francesco Siciliani, dei pianisti Mieczyslaw Horszowski e Nikita Magaloff. Debutta a 11 anni a Milano nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano con i Solisti Veneti diretti da Claudio Scimone. Da allora suona più volte nei maggiori Festival Internazionali e presso prestigiosi centri musicali in Europa, Giappone, a Seul, Buenos Aires, San Paolo, Lima, Tokyo, Osaka, ma non solo. In Italia è ospite delle maggiori orchestre ed enti lirici e di tutte le più importanti associazioni concertistiche. All’estero ha lavorato con numerose orchestre e con direttori come Bellugi, Guidarini, Venzago, Luisi, Zedda, Manacorda, Panni, Buribayev, Pehlivanian, Gullberg Jensen, Nanut, Lü Jia, Justus Frantz, Baumgartner, Valdés, Renes, Bender, Bisanti, Ceccato, Chung – solo per citarne alcuni. Si dedica con passione alla musica da camera; proficue le collaborazioni con partner quali Rocco Filippini, Maxence Larrieu, il Prazak Quartet, Uto Ughi, il Quatour Ysaÿe, il Quartetto di Cremona, il Quartetto d’Archi della Scala. Compositori come Fabio Vacchi, Carlo Boccadoro, Filippo Del Corno – fra gli altri – gli hanno dedicato brani. Nelle ultime stagioni ha tenuto concerti in Spagna, Messico, Cuba, Corea, Lussemburgo, Svizzera, Polonia, Belgio, Russia, Giappone, Sud America ed Egitto.
La sua ampia discografia è corredata da autorevoli riconoscimenti.

*****

«Scoperto» e «proposto» da sempre dalle «Serate Musicali» ha per loro creato il suo fondamentale “Ciclo Bach”, inventando così un Bach «Italiano». Ma la collaborazione con «Serate Musicali» è infinitamente più vasta e imprevedibile. Bacchetti è matematico e metafisico; il suo talento non è dunque sfuggito alle «Serate». Sufficientemente contro-corrente, è ospite di «Serate Musicali» dal 1998, per le quali detiene il RECORD STORICO di oltre 30 presenze. (H.F.)


FELIX MENDELSSOHN

Ouverture in si minore op.26 “Le Ebridi”
La musica di Felix Mendelssohn si nutrì spesso delle impressioni di viaggio di una vita assai moderna, la sua, se vista in termini di capacità di spostamento. Egli era un giovane ma illustre uomo di venti anni quando viaggiò da Berlino a Napoli, Vienna, Parigi, Londra e a nord, fino alle Isole Ebridi. Giunto nella patria del Preromanticismo inglese, quello di Walter Scott e dei Poemi di Ossian, Mendelssohn visitò le isole e, in particolare, la piccola isola di Staffa, al largo della costa occidentale della Scozia, dove è situata la famosa Grotta di Fingal, nome del leggendario padre proprio di Ossian. Fingal è un eroe appartenente alle confinanti mitologie scozzese e irlandese e la grotta a lui intitolata è parte di una serie di caverne spettacolari che si aprono sulla costa dell’isola. Molto profonda, è sostenuta da un lato da una linea di basalto segnatamente rossa e marrone, riccamente decorata da alghe e licheni in verde e oro, sulla cui superficie occhieggiano macchie bianche di limo che è filtrato insinuandosi tra le pareti. Lo spettacolo è grandioso e, quando il mare è clemente, la grotta è visitabile. I coraggiosi che vi fanno ingresso notano tutti il costante mormorio delle onde, che le ha fatto guadagnare anche il soprannome di “Grotta della musica”. Il poeta Carl Klingemann, che visitò la grotta con Mendelssohn, così ricordò l’avventura: «Eravamo tutti sulle barche e raggiungemmo, col sibilante mare alle nostre spalle, i monchi pilastri della famosa grotta di Fingal. Il tuono delle acque di certo non era mai giunto all’interno della straniera caverna, paragonabile per via dei molti pilastri all’interno di un immenso organo, nero e risonante, che vi giace assolutamente inutilizzato e solitario, il grigio mare dentro e fuori». La musica cristallizzò immediatamente nell’immaginazione di Mendelssohn. Il giorno stesso della visita alla grotta, il 7 agosto 1829, scrisse alla sorella Fanny: «Per farti capire quanto straordinariamente le Ebridi mi hanno impressionato, questo tema mi venne in mente proprio lì» e segue un piccolo pentagramma nel quale sono notate le prime tre misure dell’Ouverture. Mendelssohn portò con sé questo Tema e la selvaggia, romantica impressione delle Ebridi fino a Roma, dove completò la prima versione dell’Ouverture, nel dicembre 1830. Più di un anno dopo, però, egli non era ancora soddisfatto della partitura che aveva scritto. Così scrisse alla sua famiglia, da Parigi, il 21 gennaio 1832: «Non posso presentare qui le “Ebridi”, perché non la considero… pronta. La sezione centrale è molto sciocca. L’intero cosiddetto Sviluppo sa più di contrappunto che di olio di balena, di gabbiani e di olio di fegato di merluzzo, e invece dovrebbe essere così». Nelle settimane successive egli revisionò la partitura e la sua prima esecuzione avvenne dal manoscritto in un concerto organizzato dalla London Philharmonic Society, il 14 maggio 1832, sotto la direzione di Thomas Attwood. Mendelssohn scrisse ancora: «È andata benissimo e suonava così strana tra le cose di Rossini». Egli continuò comunque a rivedere l’Ouverture e la versione che è entrata ormai in repertorio è il risultato di un accurato lavoro di perfezionamento del compositore. Il titolo stesso, come qualche appassionato di musica avrà notato in dischi e programmi, è variabile: alla prima esecuzione londinese della versione definitiva il brano era intitolato “Le isole di Fingal”. Nelle sue lettere Mendelssohn utilizza allo stesso modo i titoli “Le Ebridi” e “L’isola solitaria”, la prima partitura pubblicata recava come titolo “La Grotta di Fingal”, mentre sulle parti orchestrali figurava la dicitura “Le Ebridi”. È musica descrittiva della migliore qualità, pur imbrigliata in una forma-sonata ben solida e informata da due temi fondamentali: il primo è quello che apre il brano, il più famoso e che disegna le onde del mare, il secondo (violoncelli e fagotti) è invece più cantabile, una lunga melodia che tende verso la regione acuta, di carattere più evocativo che simbolico. Nella struttura sono inseriti due momenti culminanti, uno appena prima della ripresa dei temi (ricapitolazione) e l’altro nella sezione conclusiva dell’Ouverture. Le stesse ultime misure sono una sorpresa, grazie all’improvviso svanire di ogni magniloquenza tempestosa per terminare il brano con un’ulteriore comparsa, in pianissimo, del Tema iniziale. Il mare apre e chiude l’avventura, la suggestione della visuale è però ciò che più profondamente va ad annidarsi nella nostra memoria, sotto forma di suoni ma anche di immagini evocate.

WOLFGANG AMADEUS MOZART

Concerto per pianoforte e orchestra n.26 in re maggiore K.537 “Concerto dell’Incoronazione”
Il Concerto in re maggiore K.537, composto nel 1788 per l’incoronazione di Leopoldo II a Francoforte e conosciuto anche come “Concerto dell’Incoronazione”, è tra i più brillanti e imprevedibili per la varietà delle invenzioni tematiche. Il primo movimento (Allegro) è costituito da tre temi ben distinti, enunciati dai violini: il primo spigliato, il secondo spiritoso e il terzo molto cantabile. Con l’entrata del solista, che ripropone il primo tema, ci si aspetta di riascoltare gli altri temi; invece il pianoforte indica una nuova frase, fertile di cromatismi in un gioco di modulazioni. È interessante osservare come nello sviluppo Mozart punti la sua attenzione su un piccolo inciso secondario, ritmicamente vivace, con cui si era chiusa l’esposizione orchestrale. Solo nella successiva riesposizione si avrà l’allineamento ordinato dei vari temi. Regolare nella sua impostazione classicistica è il Larghetto in la maggiore, diviso in tre parti: una prima esposta in prevalenza dal pianoforte; una seconda intrisa di lirismo sulle tranquille punteggiature dei soli archi, ai quali si aggiunge alla fine il fagotto; una terza parte intesa come ripetizione della prima. L’Allegretto finale raggruppa tre temi (i primi due enunciati dal pianoforte), collegati fra di loro secondo la tecnica dei Rondò e dell’Allegro di Sonata. L’Allegretto si distingue per lo stile e per la scrittura tendente a evidenziare le qualità del solista, lontano da ogni ombra preromantica e da certi slanci passionali, pur presenti in altri Concerti per pianoforte e orchestra e nella coeva Sinfonia in sol minore.

Concerto per pianoforte e orchestra n.12 in la maggiore K.414
Secondo la tesi di Alfred Einstein, che ha trovato riscontro in altri illustri studiosi mozartiani, il Concerto in la maggiore K 414 venne scritto in realtà prima degli altri due: lo testimoniano tanto l’edizione di Artaria del 1785, che pubblicò il Concerto come «primo dell’op.IV», quanto la data di composizione del Rondò K.386 (19 ottobre 1782), scritto da Mozart proprio per il Concerto K.414 e poi sostituito dall’Allegretto. Si tratta in ogni caso di una delle pagine per le quali lo stesso Mozart nutriva particolare predilezione. L’Allegro iniziale ha una ricca esposizione orchestrale della quale ricordiamo almeno tre motivi: il tema principale, un delicato “sorriso musicale” esposto dai violini, il tema secondario, reso marziale dal ritmo puntato in oboi e corni e il secondo tema vero e proprio, timido ed esitante nei violini, sostenuti dal pizzicato di violoncelli e bassi. Il solista conduce la sua esposizione con regolarità, senza strafare e senza particolari virtuosismi; la difficoltà tecnica di questa pagina infatti non va oltre quella richiesta a un ottimo dilettante (dell’epoca, naturalmente). Interessante invece è la sezione di sviluppo che si apre con un nuovo motivo, in note ribattute, elaborato dal pianoforte, culminante in un intenso episodio in fa diesis minore. La ripresa è regolare e culmina nella Cadenza del solista. Il tema principale dell’Andante è un ulteriore omaggio a Johann Christian Bach, del quale Mozart cita l’incipit dell’Ouverture “La calamità dei Cuori”: il motivo, raccolto e solenne, viene esposto «sottovoce» dagli archi, in un clima musicale di ispirazione quasi religiosa. La seconda idea melodica viene presentata dai violini primi e sostenuta dalle note ribattute dei violini secondi e delle viole e dalle lunghe note dei fiati. Preceduto da una pausa generale, il pianoforte si appropria del Tema e lo varia con sapienza e con gusto, prima di esporre un nuovo Tema, dolcissimo e sognante, che ci sembra un’anticipazione di atmosfere musicali incantate proprie della maturità mozartiana. Dopo la ripresa della seconda idea melodica, un breve episodio di sviluppo motivico precede la ripresa del Tema principale affidata al pianoforte e la consueta Cadenza del solista.
Il carattere spensierato dell’Allegretto conclusivo è dovuto alla sua ricchezza tematica; il refrain è formato da tre idee melodiche distinte: uno spunto sbarazzino dei violini, una sinuosa linea degli archi all’ottava e una melodia cadenzante dei violini sopra il ribattuto dei bassi. Gli episodi solistici si alternano alle ripetizioni (parziali) del refrain con naturale scorrevolezza: il primo è brillante e ritmico, il secondo è interamente basato sull’elaborazione della seconda idea del Tema principale, il terzo è costruito su un nuovo motivo presentato dal pianoforte e subito ripreso con gioia dai violini in re maggiore, il quarto, analogamente al secondo, prende spunto dalla seconda idea del Tema principale.

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