U. UGHI – B. CANINO

Quando:
13 Settembre 2021@8:45 pm
2021-09-13T20:45:00+02:00
2021-09-13T21:00:00+02:00
Dove:
Sala Verdi del Conservatorio di Milano
via Conservatorio 12
Costo:
Intero€ 30 - Ridotto:€25
Contatto:
Biglietteria
02 29409724

Violinista UTO UGHI

Pianista BRUNO CANINO

Programma

TOMASO ANTONIO VITALI (1663 – 1745)
Ciaccona in sol minore per violino e pianoforte
Molto Moderato
Largamente
Tempo I

JOHANNES BRAHMS (1833 – 1897)
Sonata n.3 in re minore op.108
Allegro
Adagio
Un poco presto e con sentimento
Presto agitato

MANUEL DE FALLA (1876 – 1946)
Suite popolare spagnola
El paño moruno (Allegretto vivace)
Seguidilla murciana (Allegro spiritoso)
Asturiana (Andante tranquillo)
Jota (Allegro vivo)
Nana (Calmo e sostenuto)
Canción (Allegretto)
Polo (Vivo)

CAMILLE SAINT-SAËNS (1835 – 1921)
Introduzione e Rondò Capriccioso op.28
Andante malinconico. Allegro ma non troppo

Scarica il libretto di sala

 

UTO UGHI

Erede della tradizione che ha visto nascere e fiorire in Italia le prime grandi scuole violinistiche, Ughi ha mostrato uno straordinario talento fin dall’infanzia: a sette anni il debutto con la Ciaccona dalla Partita n.2 di Bach e alcuni Capricci di Paganini. Ha studiato con George Enescu, già maestro di Menuhin. Ha tenuto tournèes nelle più importanti capitali europee e del mondo, nei principali Festivals con Concertgebouw di Amsterdam, Boston Symphony Orchestra, Philadelphia Orchestra, New York Philharmonic, Washington Symphony Orchestra etc… con Barbirolli, Bychkov, Celibidache, Cluytens, Chung, Ceccato, Colon, Davis, Fruhbeck de Burgos, Gatti, Gergiev, Giulini, Kondrascin, Jansons, Leitner, Lu Jia, Inbal, Maazel, Masur, Mehta, Nagano, Penderecki, Pretre, Rostropovich, Sanderlin, Sargent, Sawallisch, Sinopoli, Slatkin, Spivakov, Temirkanov. Ughi non limita i suoi interessi alla sola musica, ma è in prima linea nella vita sociale del Paese e il suo impegno è volto soprattutto alla salvaguardia del patrimonio artistico nazionale. In quest’ottica ha fondato il Festival “Omaggio a Venezia”, al fine di segnalare e raccogliere fondi per il restauro dei monumenti storici della città lagunare. Conclusa quell’esperienza, il Festival “Omaggio a Roma” (dal 1999 al 2002) ne raccoglie l’ideale eredità di impegno fattivo, mirando alla diffusione del patrimonio musicale internazionale; concerti aperti gratuitamente al pubblico e alla valorizzazione dei giovani talenti formatisi nei Conservatori italiani. Ideali ripresi nel 2003 e attualmente portati avanti dal Festival “Uto Ughi per Roma” di cui è ideatore, fondatore e direttore artistico. Recentemente la Presidenza del Consiglio dei Ministri lo ha nominato Presidente della Commissione incaricata di studiare una campagna di comunicazione a favore della diffusione della musica classica presso il pubblico giovanile. Nel 1997 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce per i suoi meriti artistici. Nel 2002 gli è stata assegnata la Laurea Honoris Causa in Scienza delle Comunicazioni. Intensa è l’attività discografica: i Concerti di Beethoven e Brahms con Sawallisch, il Concerto di Cajkovskij con Sanderling, Mendelssohn e Bruch con Prêtre, alcune Sonate di Beethoven con Sawallisch al pianoforte, l’Integrale dei Concerti di Mozart, Viotti, Vivaldi, “Le Quattro Stagioni”, tre Concerti di Paganini nell’edizione inedita di direttore–solista, il Concerto di Dvorak con Slatkin e la Philharmonia Orchestra di Londra; le Sonate e Partite di Bach per violino solo. Ultime incisioni: “Il Trillo del diavolo” (disco “live”); il Concerto di Schumann con Sawallish e il Bayerischer Rundfunk; i Concerti di Vivaldi con i Filarmonici di Roma; la Sinfonia Spagnola di Lalo con l’Orchestra RAI di Torino e de Burgos; l’incisione “Violino Romantico”, raccolta di pezzi emblematici del Romanticismo sul violino, con la partecipazione de I Filarmonici di Roma. Altro evento di particolare rilievo è la pubblicazione del libro “Quel Diavolo di un Trillo – note della mia vita”, (2013, ed. Einaudi): storia di una vita incredibile, interamente dedicata alla musica. Nel 2014 un concerto al Teatro Bolshoi di Mosca, in occasione dell’apertura del semestre italiano in Europa e un concerto organizzato dall’Ambasciata Italiana in Romania, insieme all’Associazione Musica, Arte e Cultura e alla Filarmonica George Enescu presso l’ateneo Romeno di Bucarest. In contemporanea è stata conferita a Uto Ughi una seconda Laurea Honoris Causa, dall’Ambasciatore di Bucarest. È stato invitato dal Sistema venezuelano del Maestro Abreu per commemorare Claudio Abbado nel primo anniversario della sua morte.
Ughi suona un Guarneri del Gesù del 1744, con un suono caldo dal timbro scuro e uno Stradivari del 1701 denominato “Kreutzer” perché appartenuto all’omonimo violinista a cui Beethoven aveva dedicato la famosa Sonata.
É ospite di «Serate Musicali» dal 1981.

BRUNO CANINO

Nato a Napoli, ha studiato pianoforte e composizione al Conservatorio di Milano, dove poi ha insegnato per ventiquattro anni; per dieci anni ha tenuto il corso di pianoforte e musica da camera al Conservatorio di Berna e ha insegnato alla Escuela Reina Sofia. Tiene regolarmente corsi di perfezionamento nelle istituzioni musicali di tutto il mondo. Attualmente insegna musica da camera con pianoforte alla Scuola di Musica di Fiesole.
Come solista e camerista ha suonato con Cathy Berberian, Severino Gazzelloni, Itzhak Perlman, Salvatore Accardo, Oleksandr Semchuk, Uto Ughi, Alessio Bidoli, András Schiff, Ksenia Milas, Viktoria Mullova (con la quale ha vinto il Premio Edison nel 1980) e David Garrett. Ha suonato in duo pianistico con Antonio Ballista e nel Trio di Milano (prima con Cesare Ferraresi, poi con Mariana Sirbu al violino e Rocco Filippini al violoncello).
Dal 1999 al 2002 è stato direttore della Sezione Musica della Biennale di Venezia. Si è dedicato in modo particolare alla musica contemporanea, lavorando con Pierre Boulez, Luciano Berio, Karlheinz Stockhausen, György Ligeti, Bruno Maderna, Luigi Nono, Sylvano Bussotti, di cui spesso ha eseguito opere in prima esecuzione.
Ha suonato sotto la direzione di Abbado, Muti, Chailly, Sawallisch, Berio, Boulez, con la Filarmonica della Scala, Santa Cecilia, Berliner Philharmoniker, New York Philharmonic, Philadelphia Orchestra, Orchestre National de France.
Tiene regolarmente masterclass per pianoforte solista e musica da camera, in Italia, Germania, Giappone, Spagna; ha partecipato al Marlboro Festival negli Stati Uniti dove, nel 2014, è stato per la ventesima volta e nel 2015 ha partecipato al Festival di Kusatsu dove era stato invitato la prima volta nel 1971. È spesso invitato a far parte di giurie di importanti concorsi pianistici internazionali.
Ha inciso l’Integrale pianistica di Emmanuel Chabrier, le Variazioni Goldberg di J.S.Bach, l’Integrale dell’opera pianistica di Alfredo Casella e la prima Integrale pianistica di Claude Debussy su CD.
Ha scritto due libri, editi da Passigli: “Vademecum del pianista da camera” (1997) e “Senza Musica” (2015).
È ospite di «Serate Musicali» dal 1978.


TOMASO ANTONIO VITALI – Ciaccona in sol minore per violino e pianoforte
Riportata alla luce nel corso dell’Ottocento dal violinista Ferdinand David, la Ciaccona di Vitali è divenuta ben presto uno dei classici del repertorio violinistico del XVIII secolo. Fu lo stesso David ad attribuirla a Tommaso Antonio Vitali sulla base di un’iscrizione riportata sul manoscritto di Dresda, la più antica copia esistente di quest’opera. In questa fonte la Ciaccona si presenta come un semplicissimo brano per violino con accompagnamento di basso continuo, un tessuto compositivo troppo scarno e semplice per la complessa ed elaborata retorica musicale romantica; sulla base di questo assunto – oggi forse non più accettabile così semplicemente – molti violinisti vollero arricchire e orchestrare questa pagina secondo i principi dettati dallo stile della propria epoca. Nacquero così numerose ‘versioni’ differenti della Ciaccona di Vitali, a cominciare da quella dello stesso scopritore, Ferdinand David. La tecnica violinistica prescritta da Vitali si caratterizza per la sua spiccata vena virtuosistica e appare ben più elaborata di quella paradigmaticamente proposta da Arcangelo Corelli nella sua Opera Quinta; gli arpeggi nelle posizioni acute, i notevoli salti, la ricchezza e l’ingegnosità dei colpi d’arco, l’impiego delle doppie corde appaiono molto arditi per l’epoca e conferiscono un’eccezionalità quasi anacronistica a questo capolavoro.

JOHANNES BRAHMS – Sonata n.3 in re minore op.108
Brahms pubblicò solo tre Sonate per violino e pianoforte ma il suo catalogo comprende altre composizioni che vedono impiegati i due strumenti, una combinazione che evidentemente sentiva vicina forse per l’affinità con le atmosfere del Lied. La composizione della Terza Sonata, dedicata ad Hans von Bülow, impegnò l’autore per circa due anni (1887/88) e ci offre una pienezza di suono diversa dall’intimismo delle precedenti. L’uso moderato del contrappunto e il grande virtuosismo del pianoforte apparvero alla critica un “cedimento” del compositore, che fu accusato di ricercare elementi più esteriori e d’effetto, ma non si può non osservare la felice creatività della linea melodica. Del resto, come spesso accade nella musica di Brahms, il fascino del lavoro sta nella variazione e nella permutazione del materiale tematico, apparentemente inesauribile. Il primo tema dell’Allegro presenta un’interessante combinazione di elementi melodici (violino) e ritmici (pianoforte); subito, nell’accompagnamento, si sviluppa una forte tensione grazie all’uso di figure ritmicamente instabili come la sincope o la sovrapposizione di tempi ternari e binari. Su questo tappeto fluttuante il violino disegna, al contrario, una linea di grande regolarità ed eleganza. Con il secondo tema in fa maggiore, affidato esclusivamente al pianoforte, il clima generale si fa più sereno anche se “l’incertezza” ritmica ci costringe a mantenere vigile l’attenzione. Nello sviluppo Brahms ci trascina in uno strano clima di staticità, carico di aspettativa: l’effetto è reso possibile dalla ripetizione regolare e incessante di una nota grave (tecnicamente, una nota-pedale), su cui la musica procede attraversando varie regioni tonali. Pur se in pianissimo, le battute acquistano un “nervosismo” crescente fino alla ripresa dei temi della prima parte, presentati questa volta con una più distesa concezione del tempo. Nel breve Adagio, in re maggiore, Brahms ci offre un bell’esempio della capacità di costruire melodie lunghe, quasi ininterrotte; il violino è protagonista e alterna due piani melodici contrastanti: l’uno intimo ed espressivo, l’altro acceso e tagliente. Nel terzo movimento il compositore bandisce ogni melodia giocando essenzialmente sulla frammentazione ritmica e sull’alternanza serrata dei due strumenti (ci sembra quasi di riconoscere il procedimento medievale dell’hoquetus, singhiozzo). Si tratta sostanzialmente di un vivace intermezzo creato allo scopo di preparare l’ascoltatore al conclusivo Presto agitato. La struttura è simile a quella del primo movimento anche se il tempo in 6/8 crea un’urgenza del tutto nuova; gli accordi densi del pianoforte trovano spazio autonomo nel secondo tema che diventa un inaspettato Corale. Qui Brahms si concentra più sul percorso armonico che su quello melodico e solo una lunghissima Coda ristabilirà la giusta direzione tonale.

MANUEL DE FALLA – Suite popolare spagnola
Le Sette canzoni popolari spagnole, che furono scritte nel 1914 ed eseguite per la prima volta nel febbraio 1915 a Madrid, durante il primo concerto della Sociedad Nacional de Musica (istituzione musicale che si riprometteva di valorizzare l’arte iberica), costituiscono un punto di riferimento importante nella produzione di De Falla, in quanto segnano l’utilizzazione da parte dell’artista del folklore musicale della sua terra, secondo un processo di reinvenzione del canto popolare. Le idee di De Falla in proposito furono espresse da lui stesso in un articolo apparso nella rivista «Mùsica», in cui tra l’altro egli disse: «La mia modesta opinione è che in una canzone popolare lo spirito è più importante della lettera. Il ritmo, il modo e gli intervalli melodici sono la cosa principale, com’è dimostrato dal popolo con la trasformazione continua della linea melodica. Ma c’è di più: l’accompagnamento ritmico o armonico è importante almeno quanto la canzone stessa e quindi bisogna ispirarsi in questo direttamente al popolo; chi la pensa diversamente con il suo lavoro non farà altro che un centone più o meno arguto di quello che vorrebbe realizzare nella realtà». Da ciò si capisce come De Falla, pur arricchendo con il suo gusto armonico una determinata melodia popolare, non tradisca mai le caratteristiche della melodia tramandata da questa o quella regione della Spagna. Infatti nelle Sette canzoni si alternano moduli tematici tipicamente andalusi in El pano moruno, Canción, Nana, Polo, ai canti della Murcia (Seguidilla), delle Asturie (Asturiana) e dell’Aragona (Jota), secondo un criterio di appropriazione dell’anima spagnola in tutta la sua varietà e diversità di situazioni psicologiche, ubbidendo all’esempio già offerto da Pedrell, Albéniz e Granados. Le Sette canzoni, che hanno sempre suscitato ammirazione per la chiarezza e l’eleganza del disegno armonico e per la morbidezza timbrica della linea vocale, sono dedicate a madame Godebski, la quale – insieme al marito – ebbe rapporti amichevoli e cordiali con il compositore e altri musicisti, tra cui Ravel.

CAMILLE SAINT- SAËNS – Introduzione e Rondò Capriccioso op. 28
Se c’è un lavoro che fa eccezione alla vocazione classicistica del compositore e si rifà al filone più brillante ed estroverso dell’età romantica, questo è l’Introduzione e Rondò capriccioso per violino e orchestra, nato sotto l’influsso della conoscenza di Pablo de Sarasate. All’epoca dell’incontro con Saint-Saëns, nel 1863, il violinista e compositore spagnolo aveva appena diciannove anni e già si stava imponendo come uno dei virtuosi più significativi del suo tempo. Non a caso nel volgere di qualche anno avrebbero scritto per lui compositori come Bruch, Lalo, Joachim, Wieniawski e Dvorak; oltre ovviamente a Saint-Saëns, che gli dedicò, oltre all’Introduzione e Rondò capriccioso, anche il Primo e il Terzo Concerto per violino. Dolcezza, purezza, contrastanti con un intenso vibrato, erano gli elementi di base del violinismo di Sarasate, le cui doti di intonazione e perfezione tecnica erano al di sopra di ogni critica e coniugate a una musicalità trascinante. Non sorprende dunque l’ammirazione di Saint-Saëns verso il violinista, né la sua sollecitudine nell’offrirgli una composizione, che peraltro Sarasate avrebbe eseguito solo due anni dopo. Fatto sta che questa partitura doveva poi diventare uno dei ‘morceaux favorìs’ di una intera generazione di violinisti, per la sua piacevolezza melodica e il suo infallibile effetto. In origine doveva trattarsi del movimento conclusivo di un brano più articolato, in seguito la pagina venne considerata meritevole di diffusione autonoma. In primo luogo abbiamo l’Introduzione, dove il violino entra immediatamente, sul morbido accompagnamento, con una melodia malinconica e cantabile, secondata da armonie cangianti. Ma presto succede il Rondò vero e proprio, dove l’accompagnamento incalzante fa da base per la melodia scattante e brillante, animata da abbellimenti e spostamenti d’accento; si impone presto uno degli elementi di base del violinismo della seconda metà del secolo, il ricorso al folklore spagnolo, secondo una moda e un gusto diffusissimi. Questo refrain si alterna poi con episodi diversificati, che danno spazio tanto al lirismo quanto a squisiti espedienti tecnici. Non manca l’inversione dei ruoli di guida melodica e accompagnamento fra violino e orchestra (nel nostro caso il pianoforte). Il tutto concluso da una Coda giustamente trascinante e pensata per strappare l’applauso.

Condividi